NBA Rank

Dal rigo ventiquattro fino al ventisei di questo articolo si legge: “forse definire questa la classifica dei Top Blogger italiani è un tantinello esagerata, soprattutto perchè [sic] contiene un’autoreferenziazione che potrebbe suonare particolarmente vanesia“.

Vanesio non è solo includersi nei “Top Blogger italiani” (anzitutto perché prima bisognerebbe attribuire valori a top, blogger e italiani e delimitarne le sfumature), ma anche -e sopratutto- vergare questa classifica; dove dietro all’aggettivo dimostrativo questa nascondo un artificio lungo settantacinque parole che vi avrà comprensibilmente annoiato.

In risposta alle graduatorie dei giocatori NBA stilate dal giornalista di Sport Illustrated Zach Lowe e da ESPN.com, Marco Multari (mi prendo libertà di chiamarlo amico, con il quale sto collaborando su un progetto dedicato a Jerry West, motivo dell’interruzione delle Maledetta orchestra di Memphis), Davide Rosa, Lorenzo Neri, Fabrizio Gilardi, Paolo Sinelli e Leonardo Arigone hanno deciso di industriarsi nel comporre la lista dei cento migliori giocatori NBA.

Per i calcoli mi affido a Marco Multari, che spiega: “La classifica è stata stilata sommando tutte le valutazione da 1 a 100 date dai blogger a ogni singolo giocatore, e a quella somma è stata aggiunto un punteggio corrispondente alla posizione media per ogni giocatore: cosi su una scala che va da 1 a 100 punti, per esempio chi ha avuto 17,8 come posizione media, ha ottenuto 76 punti da sommare alla valutazione iniziale. Tutto ciò in modo da bilanciare eventuali disparità di giudizio, che per forza di cose su otto ranking inviati ci sono state.”

Se, come vi ho ricordato troppe parole fa, è importante operare dei distinguo, diventa necessario enumerare i metodi di valutazioni in questioni così labili e personali: la classifica è stata scritta radicalizzando l’ordine dei giocatori in base alle nostre preferenze nel caso si dovesse giocare una serie di playoffs ora.

Di seguito potete scorrere la graduatoria di coloro che non hanno avuto adito nella Top 100. A sinistra trovate la posizione ricoperta e a destra il punteggio assegnato.

150. CHUCK HAYES 101
149. MEHMET OKUR 101
148. CHASE BUDINGER 106
147. DARRELL ARTHUR 110
146. TRACY MCGRADY 116
145. JJ REDICK 116
144. RASHARD LEWIS 120
143. JJ HICKSON 121
142. BRANDON BASS 128
141. GILBERT ARENAS 144
140. TAJ GIBSON 145
139. DJ AUGUSTIN 148
138. TYRUS THOMAS 150
137. NICK YOUNG 156
136. JOHN SALMONS 162
135. RICHARD JEFFERSON 162
134. JARED DUDLEY 165
133. ANTAWN JAMISON 167
132. CARL LANDRY 178
131. LOU WILLIAMS 181
130. SAMUEL DALEMBERT 184
129. JJ BAREA 187
128. DORELL WRIGHT 200
127. NICK COLLISON 207
126. MARCUS THORNTON 209
125. THABO SEFOLOSHA 212
124. DERRICK FAVORS 114
123. RUDY FERNANDEZ 215
122. UDONIS HASLEM 215
121. GREG MONROE 227
120. KIRK HINRICH 228
119. DEANDRE JORDAN 228
118. MO WILLIAMS 230
117. RICHARD HAMILTON 233
116. BEN GORDON 239
115. DEJUAN BLAIR 241
114. AARON BROOKS 241
113. RODNEY STUCKEY 244
112. TAYSHAWN PRINCE 254
111. TYLER HANSBROUGH 256
110. MARCUS CAMBY 260
109. DARREN COLLISON 261
108. HEDO TURKOGLU 262
107. THADDEUS YOUNG 300
106. DEMAR DEROZAN 302
105. TREVOR ARIZA   302
104. ANDERSON VAREJAO 303
103. VINCE CARTER 309
102. LANDRY FIELDS 310
101. GEORGE HILL 316

Comunicheremo l’addentrarsi nella lista via i nostri account Twitter.

La maledetta orchestra di Memphis- Parte IV

La vita di Leon Powe Jr. è sempre stata in rimonta. Marzo 2002, Arco Arena, Sacramento, quarto quarto delle California Division I Championship Finals tra gli Oakland Tech Bulldogs e gli LA Westchester Comets.

I Bulldogs sono sotto, e il loro centro titolare -nonché miglior giocatore della squadra e quarto prospetto liceale della nazione- siede in panchina con problemi di falli. Coach Hodari McGavock, vedendo la sua squadra inseguire di dieci punti, rischia e mette il suo miglior giocatore in campo. Leon -il quale ha guidato i Bulldogs sino alle finali statali con un record di 28-3 recitando 28 punti e 14 rimbalzi a sera- entra e favorisce un parziale di 11-0 che riporta Oakland sopra di un punto.

Eppure “The Greater Man upstairs know when it’s [the] time. Right now isn’t the time“. I piani dell’Altissimo non contemplavano che Leon Powe trionfasse; i Bulldogs vengono sconfitti 80 a 75 nonostante i 23 punti, di cui 12 nell’ultimo periodo, di Powe. L’aspro del dolore è un sapore abitudinario nella vita di Leon: quattro giorni prima della partita difronte ai 10000 dell’Arco Arena, sua madre, Connie Landry, fu trovata morta in un motel di Oak City; aveva quarant’anni quando la cardiopatia l’ha esentata dal vivere.

Leon Powe è di Oakland, la turpe e sordida San Francisco; città che ha visto diventare uomini Bill Russell, Paul Silas, Gary Payton, Brian Shaw, Jason Kidd, e che ha visto molte più anime dannate non farcela, fuorviati dalle sue vie deprecabili.

Leon Powe Sr. abbandonò abominevolmente la famiglia mentre suo figlio maggiore doveva ancora spegnere la terza candelina, poiché seppe della venuta di un’altra bocca da sfamare: Tim, futuro fratello di Leon Powe Jr.

La madre di Leon, avendo due figli a carico ed essendo l’unica fonte di reditto famigliare, s’industriava nel fare la venditrice ambulante di capi d’abbigliamento; inoltre lavorava in parcheggi e come badante, finanche da segretaria supplente presso un ospedale per l’autunno 1991. Questi lavori, coniugati a un modesto aiuto pecuniario dalla nonna materna di Leon e a sussidi dello Stato, permettevano a Conny Landry di mantenere un tetto sopra la testa e sfamare i figli.

Con tutta probabilità Leon Powe non avrà mai sentito di Tommaso da Kempis, il quale descrive con mestizia la rassegnazione alla lotta davanti alle avversità: “Per me è veramente necessario saper soffrire, giacché in questo mondo accadono tante avversità. Invero, comunque io abbia disposto per la mia tranquillità, la mia vita non può essere esente dalla lotta e dal dolore”.

Connie e famiglia abitavano in un dignitoso bilocale nella parte settetrionale di Oakland. Correva un’anonima giornata dell’anno 1991, la madre si spaccava la schiena lavorando e Leon era a scuola; la nonna, di cui il compito era tenere d’occhio il piccolo Tim -che allora aveva cinque anni- si distrasse un attimo e il fuoco divorò il palazzo. Tim scaturì l’incendio mentre giocava con dei fiammiferi. L’odissea ebbe inizio. Rimasti senza casa e con pochi dollari nella latta dei biscotti, dapprima si trasferirono dalla nonna materna, in seguito da una lontana zia, la quale però poco dopo venne portata in ospizio e vendette la casa. Attanagliati da un nomadismo contigente, vagarono per rifugi in Oakland e Richmond, esplorarono infime camere d’albergo e appartamenti cenciosi. Si stimano venti trasferimenti in sette anni: “We lived all over the place,” dice il maggiore dei Powe, “All over Oakland — East, West, and North Oakland. We lived in Berkeley and even Vacaville”. Proprio Vacaville ospita il carcere psichiatrico dove era recluso Richard James Landry, nuovo marito di Connie.

A Leon e Tim si aggiunse nel 1992 Richard, fratellastro dei due con i quali condivideva la madre. Seguito sconsideratamente da Jessica, Michael, Tatiana e Christine; tutti erano stati partoriti da Connie con la connivenza di diversi uomini. “I can remember talking to my mother one day, telling her not to have any more kids because she might have to quit her job and we wouldn’t have any more money” dice il primogenito di sette, Leon. Quando si boccheggia nella povertà è facile sconfinare nell’illegalità: nell’aprile 1994 la madre di Leon venne arrestata successivamente ad aver rubato alimenti per 200 dollari circa, cinque mesi dopo fu il turno della circonvenzione allo Stato: ricevette approssimativamente 8000 dollari dal welfare, senza averne i diritti; infatti non comunicò di recepire remunerazione grazie a lavori aggiuntivi. La pena ammontava a novanta giorni di galera e l’integrale restituzione del denaro concessole, ma la punizione venne sospesa e dovette adempire a lavori socilamente utili. Nel 1996 ulteriori problemi legali con lo Stato.

Dato che la madre doveva lavorare e i soldi erano di mera sussistenza, impensabile venissero spesi in una baby-sitter. Leon doveva calarsi nei panni della balia cambiando pannolini e nutrendo i fratelli: “My mother couldn’t afford a babysitter so I had to stay home and take care of my brothers and sisters”, ricorda, “I had to do this so my mom could go to the flea market and sell stuff”. Ciò comportava l’assenza di Leon da scuola, a volte per giorni, altre per settimane; addirittura saltò completamente la quinta elementare. Gli assistenti sociali, non giudicando la madre abile di curare dei bambini, s’appropiarono di Leon e Tim nel 1998.

In prima media Leon era alto 1 e 83, riservato e maturo. Sebbene la stazza fosse ideale, preferiva buttare due palloni a canestro in maniera disimpegnata e uscire con il suo amico d’infanzia Shamare Freeman. A causa dei repentini spostamenti di Powe, i due vissero le rispettive adolescenze lontani.

Freeman iniziò ad alternare il taccheggio al furto d’auto e lo spaccio di droga.

Durante l’estate del 1998 Leon s’imbattè su un campo da basket, gioco che lo aveva appestato sin dalla scomparsa nella vita quotidiana di Freeman, con Bernard Ward, fratellasto del deviante amico d’infanzia.”It had been a while since I had seen him, but I asked him what was happening and if he could work me out”, viaggia con le parole Powe Jr. Leon desiderava un’analisi e una critica come giocatore che solo il competente e smaliziato Ward avrebbe potuto dispendiare. Infatti il fratello dell’amico era una di quelle anime dannate che non ce l’hanno fatta. Due decadi prima BW era annoverato fra le migliori point guard cittatine. Portò i suoi centosettantotto centimentri di talento vibrante a Oakland Tech HS, ricevette borse di studio da parte di UNLV e altre università di Division I, ma non avendo i voti necessari per iscriversi a un’università, frequentò il junior college di Contra Costa. Giocò brevemente per Cal State e Hayward fino a quando fu pizzicato da un poliziotto in borghese mentre vendeva cocaina nell’autunno targato 1990. Un anno più tardi la professione atavica tornò a galla. Il suo talento era circoscritto in un area imposta da un giudice: libertà vigilata. Ward non s’attenne ai limiti e non entrò in un corso di ribilitazione come deliberato; ad agosto del 1992 la corte senteziò ottantacinque giorni dietro le sbarre per riflettere sulla sua esistenza che stava scivolando insesorabilmente lontana. Scontata la sofferenza, provò con UNLV, che lo aveva voluto in una vita precedente, da walk-on, senza borsa di studio. Si ruppe la caviglia allenandosi. Finito. Aveva sbagliato a tutti gli incroci di quel complesso sistema stradale che è la vita. Finito.

“Leon was persistent. What really turned me on to Leon was that he was bothering me. He was calling me on the phone, wanting me to work him out. Since he knew that I hooped back in the day, he knew I knew the game”, “I told him to go up to Santa Fe Middle School in our old neighborhood, run seven laps, and then shoot jump shots until the sun went down”. Il ragazzo obbedì. Mentre Leon e Ward stringevano un’amicizia benevola, Freeman si cimentava in rapine e aggressioni con conseguente tempo libero forzato. Leon stava offrendo a Bernard Ward ciò che non era stato concessogli in precedenza: una seconda opportunità. Bernard non avrebbe mai più permesso che la miseria traviasse il talento: “When my little brother got into trouble with the law, I decided to take Leon under my wing and lead him on the right track. I tried to show Leon how to use basketball as a way to change his life”. “Bernard has been like a brother to me. I haven’t had a father figure in my life, so he’s been there for me over the years showing me things, the things I need to do to become a man”.

Ward allenava ogni giorno Leon, tuttavia la comunità cestistica di Oakland non si era resa conto del talento vagabondo. Poi un torneo cittadino accadde: “I scored 44 points in each game, after I scored 44 the first game, all of these high-school coaches came and seen me play, and they then wanted me to come to their schools”. Tra le scuole interessate comparivano Oakland Bishop O’Dowd e Concord De La Salle, ma Leon scelse il liceo del quartiere in cui viveva allora: Oakland Tech.

Powe concluse l’annata da freshman con 15 punti e 9 rimbalzi di media.

L’aforisma tramite il quale Tech HS amava rappresentarsi era “No books, no ball”. Alla luce di un miserabile 1.9 nel GPA (grade point average, misuramento del rendimento scolastico da 1 a 4), Leon non pareva rispecchiarsi nel motto del suo liceo. Cosciente del battito di ciglia che separava il suo amico dall’alfabetismo,  Bernard Ward lo affidò alle cure di Jermaine Hill, altra anima dannata e altra dose di talento disperso sui marciapiedi. I due uomini allevavano il ragazzo in campo e sui libri. Verso la fine dell’anno da freshman a Leon venne accostato, da Ward, Jonas Zuckerman, insegnante della figliastra di Ward e maestro elementare dello stesso Leon. Come Bernard aveva osservato il gioco di Leon anni prima, Zuckerman analizzò la situazione accademica del giovane: “Part of Leon’s academic problems stemmed from that fact that he was in and out of school based on his family situation”. Inizialmente i progressi stentavano a mostrarsi, ma poi Zuckerman accettò una proposta di insegnare inglese nello stesso liceo del seguìto e il 1.9 fu migliorato in 3.2. Gli assistenti sociali, in quell’anno, trasferirono Leon, Tim e i loro fratelli in case adottive donando un senso di stabilità che era venuto meno durante tutta l’infanzia.

Il mondo iniziò ad annotare sul taccuino di Leon Powe quando nell’estate da sophmore partecipò a un camp in New Jersey, ridicolizzando i coetanei conquistò il paragone con Elton Brand. Nella primavera del 2002, reduce dalla vessante sconfitta contro gli Westchester Comets per il titolo statale, Leon prese parte a un torneo in Houston. Cacciando un rimbalzo sentì uno strappo vicino al ginocchio ma strenuamente continuò a giocare. Giunto a casa si lasciò esaminare e venne a sapere che il lineamento crociato anteriore del ginocchio era lacerato. Si operò nei giorni seguenti e saltò gran parte dell’inizio della stagione successiva: l’ultima liceale. La voglia di rivincita lo spinse ad allenarsi massicciamente, la paura di soccombere lo sosteneva nelle gravose sedute di corsa, nuoto e sollevamento pesi per favorire la riabilitazione.

Leon preferì andare alla University of California at Berkeley. Trascorse tre anni da Golden Bear, nel suo primo fu nominato PAC-10 freshman of the year, guidando la conference in rimbalzi. L’anno da sophmore lo vide in panchina a causa di un’altra malagrazia al ginocchio. Tornò migliorato nel suo anno da junior e trascinò Cal U al torneo NCAA grazie a una stagione da 20.5 punti e 10.1 carambole catturate di media.

I Denver Nuggets chiamarono con la quarantanovesima scelta assoluta al Draft 2006 Leon Powe, per poi scambiarlo ai Celtics. In seguito ad una summer league eccezionale fu firmato per tre anni.

Giugno 2008, Boston Garden, gara 2 delle finali NBA. Leon disputa 15 minuti di gioco mandando a referto 21 punti e garantendo la vittoria ai C’s per 108 a 102.

Sette anni dopo il fallimento della Arco Arena e la morte della madre Leon annusa il quintetto e manda a referto 30 punti, 11 rimbalzi e 5 stoppate contro i Memphis Grizzlies.

Un altro infortunio capitò, eppure Leon affrettò la riabilitazione e tornò a giocare i Playoffs 2009 contro i Chicago Bulls, durante gara 2, furono il menisco e il legamento crociato anteriore a cedere. Nella offseason i Cleveland Cavaliers gli offrirono un contratto di due anni che accettò. Venne rilasciato il 24 febbraio 2011 per creare spazio nel roster e il 5 marzo s’accordò con Memphis per un contratto sino a fine stagione.

Partendo in svantaggio il vagabondo ha trovato casa: il successo.

La maledetta orchestra di Memphis- Parte III

“Sacrifice”, “Dedication”: un riassunto di due parole per descrivere Ovinton J’Anthony Mayo. I due termini, tatuati sui bicipiti, gli ricordano di non recitare lo stesso destino del padre.

Kenny Ziegler era una leggenda cestistica al liceo in West Virginia negli anni ’80, penetrava le difese avversarie tanto facilmente quanto entrava in galera; a referto reati legati a crack e marijuana. Ingravidò quando aveva sedici anni Alisha Mayo, allora quattordicenne. La ragazza decise di dare il proprio conognome al figlio e il paludato nome Ovinton in rispetto a suo nonno. OJ Mayo sin da piccolissimo ostentava il suo talento abbacinante, dominando uomini adulti su playgrounds e padroneggiando i circuiti AAU; in quest’ultimi esordì a nove anni, insieme al suo amico fraterno Billy Walker (ora ai New York Knicks). La squadra era voluta da Dwaine Barnes, sedicente padre di Kenny Ziegler, che si presentò impudicamente ad Alisha, attratto dalla bravura del nipote. Qualche anno dopo Barnes chiese, ed ottenne, il permesso di trasferire OJ ad Ashland, Kentucky, perché lì le leggi statali consentono ai giocatori frequentanti le scuole medie di competere contro gli high schooler; inoltre Mayo era indietro con gli studi e sarebbe diventato liceale con un anno di ritardo. L’estate dello stesso anno il ragazzo patecipò ad un camp, dove venne notato da Sonny Vaccaro, uomo della corporation Reebok, e Rodney Guillory, promoter di L.A. già indagato dalla NCAA per diversi scandali.

OJ Mayo andò alla North College Hill HS, presso Cincinnati; alla scuola furono regalate attrezzature Reebok, stessa azienda di Vaccaro. Bill Walker raggiunse l’amico nell’Ohio, i due vivevano in una casa affittata di fronte al liceo; e date le esigue facoltà economiche delle rispettive famiglie è facile capire che Guillory sovvenzionasse illegalmente i due giocatori. Nei tre anni spesi a NCH, Mayo venne sospeso tre volte: per aver picchiato ferocemente un compagno di classe, essere stato sorpreso a fumare marijuana, e saltare regolarmente le lezioni. Determinato a cambiare la sua vita, volle andare a Oak Hill Academy, però venne rifiutato.

Tornò in West Virginia, nello stesso liceo che il padre aveva estasiato. Superò il ligneaggio, vincendo il titolo statale. Mentre i grotteschi paragoni con LeBron James erano la colonna sonora della vita di OJ, Bill Walker scelse Kansas State come università; college con il quale Barnes gestiva rapporti prosperosi.

Sembrava scontato che Mayo avrebbe scelto di seguire Walker, epperò il figlio di Alisha preferì University of Southern California, ateneo al quale Guillory offriva servigi, perché reputava Los Angeles la città più adatta a ospitare il suo ego: “After [football] players like Reggie Bush and Matt Leinart, the school is ready for a player of my caliber.”. Il nonno vide sfumare il lavoro che gli era stato promesso con l’eventuale reclutamento di Mayo a KSU e non parlò mai più al nipote. Essendo richiesta la firma pro forma di un genitore per uficializzare la scelta dell’università, e poiché la madre era contraria che il giovane andasse dall’altra parte degli USA, OJ si dovette rivolgere a personale ritratto di Dorian Gray: suo padre, al quale Guillory trovò lavoro all’interno di USC.

Pochi giorni prima della sua prima lezione universitaria, OJ aveva bisogno di vestiti; voleva fondare un proprio marchio nella NBA, ma adesso serviva un paio di scarpe da abbinare. Lui e Guillory andarono in un negozio e comprarono molti capi. Di fronte al cassiere Guillory tirò fuori una carta di credito, commettendo l’ultima di innumerevoli violazioni al codice NCAA. Infatti a OJ furono prodigati viaggi aerei, conti telefonici, soggiorni in albergo, televisori e macchine.

Dopo un anno in California si dichiarò eleggibile per il Draft 2008, nel quale venne selezionato dai Minnesota Timberwolves, che lo scambiarono con Memphis per Kevin Love. La terza stagione NBA, in seguito a due buone annate, si è rilevata luttuosa per il numero 32. La colonna sonora della vita di Mayo nell’ultima stagione non era la comparazione con LBJ, bensì il fragore cagionato dalle illegalità dell’iter di reclutamento. Il padre è stato arrestato nuovamente per tentato omicidio (fuggendo da una retata della polizia, ha investito un agente). Ad inizio stagione, per la prima volta da quando sa allacciarsi le scarpe, non è stato inserito in quintetto base, gli era preferito il rookie Xavier Henry -figlio d’arte perché il padre ha giocato in europa (X-Henry nacque in Belgio), e proveniente da una famiglia sportiva in generale: il fratello ha giocato in MLB, lo zio e la madre frequentarono Kansas University come giocatori di basket). È stato sospeso per dieci partite reo di essersi avvalso della sostanza chiamata DEHA (la stessa per la quale Rashard Lewis saltò dieci partite). OJ si è scusato pubblicamente dicendo: “It was an honest mistake, but I take full responsibility for my actions. I apologize to my fans, teammates and the Grizzlies organization for regrettably not doing the necessary research about what supplements I can put in my body.”

It’s unbelievable what he’s been through,” dice Mike Conley, e aggiunge: “I’ve been through some stuff in this organization as well, but I’ve never been through nearly what he’s been through and I can only imagine what it’s like. He would talk to me and say, ‘Man, nothing can go right for me right now”.

“If you had tried to imagine all the bad things that you could put in a season, I don’t think you could have come up with the season that O.J. has had“, sostiene Marc Gasol.

Ai primi di gennaio, su il volo privato che stava riportando da L.A. i Grizz a Memphis, Tony Allen e OJ Mayo stavano intrattenendosi con Boo-Ray, lo stesso gioco di carte che spinse Javaris Crittenton e Gilbert Arenas a portare pistole nello spogliatoio. OJ doveva al compagno circa 7500 dollari, e, recalcitrante nel sanare il debito, iniziò a esibire l’arte del trash talking imparata sul cemento della West Virginia, ricordando ad Allen che lui fosse stata una lottery pick e avesse più talento. Z-Bo provò a placare gli animi belligeranti dei due, eppure Allen colpì il debitore con un pugno, ne nacque una rissa presto smorzata. La scazzottata portò alla inufficiale squalifica di Mayo la partita successiva contro gli Oklahoma City Thunder, lo scontro fu vinto dai Grizzlies con Tony Allen che segnò 19 punti.

Un ritardo cambia la vita. Cambiò la vita ai Grizzlies quando Laettner impiegò troppo a prelevare la franchigia da Heisley. Ha cambiato la vita di OJ Mayo quando lo scambio con gli Indiana Pacers che avrebbe spedito Josh McRoberts più una prima scelta al Draft 2011 e mandato OJ ad Indianapolis non venne ufficializzato poiché presentatato alla Lega pochi minuti dopo la trade deadline. Vestire la maglia di una squadra che poche ore prima ti avrebbe ceduto è avvilente, parole di OJ Mayo: “You’ve got to look in the mirror, wash your face and go to work tomorrow. You never want to bring controversy in the locker room saying ‘This stuff isn’t right, they’re doing me wrong,’ So, you just want to go in and try to be the best man you can be. It’s surprising because you think that your team has traded you — and everything is good, no hard feelings — but then you tell me that we missed the deadline by three minutes so we need you to come back to work tomorrow”.

Sam Young decise di trasferirsi, ancora una volta. L’estate stava regalando i frutti più preziosi, quando il junior iniziò a vivere nella palestra del suo college: Pittsburgh University. Aveva abbandonato i confortevoli letti del dormitorio per un materasso gonfiabile gettato in un angolo. Una morbosa etica del lavoro lo aveva scortato lungo il suo percorso di crescita da quando comprese le fatiche che mamma Marquet Graig s’impose per mantenere i suoi cinque figli, dei quali Sam era il primo, partorito a quattordici anni. La madre installava televisioni via cavo, e spostò la famiglia nove volte nell’arco dell’adolescenza di Sam, dai tenebrosi ghetti di Washington D.C. agli ariosi quartieri della Virginia, vivendo il sogno americano.

Durante l’esperienza alla Friendly High School di Forth Washington Sam appese un cartello nella sua stanza che recitava “I can’t let my mother work harder than I do”. Era solito far seguire la verità ai propositi, come conferma il suo amico dai tempi del liceo Chris Howard: “This is a guy who’d be at school at 6:30 in the morning working out or at the gym”. Il brivido freddo di 198 centimentri dall’atletismo eclatante trascinò la sua scuola a diversi titoli statali giocando come centro. Per ciò, unito alla contingenza di essere in ritardo di un anno con gli studi, venne trascurato dalla macchina del recruiting universitario.

Poche settimane prima di gonfiare il materasso negli spogliatoi, Young era deciso a cambiare università poiché il rapporto con Jamie Dixon, allenatore dei Panthers, era burrascoso. Infatti il coach perseguiva nello schierare il figlio di Marquet Graig come cambio dei lunghi, seppur il giocatore preferisse giocare sul perimetro. Lo staff tecnico di Pittsburgh University soleva tenere le statistiche legate ai rimbalzi anche nelle partitelle di allenamento; Sam, volendo convincere Dixon che fosse costruito per giocare fronte a canestro, aborrava l’idea di raccogliere un pallone dopo un errore al tiro, benché potesse recitare contro i compagni a rimbalzo la parte di Zorro mentre schernisce il sergente Garcia. Inoltre Young eseguiva una finta di tiro letale nella quale portava il pallone sopra la testa e sollevava un piede da terra; ritenendo che il movimento fosse lento e precludesse una partenza esplosiva, Dixon logorò Sam per cambiare questo aspetto del gioco, ma Sam mai ascoltò e in quella trappola ci cascano ancora molti. Young analava giocare a Kansas State University sotto direzione di Bob Higgins, però Higgins la stessa estate lasciò KSU per allenare West Virginia University; Dixon dissuase il giocatore da eseguire l’innumerevole trasferimento e così Sam rimase a Pitt. In seguito ad un anno da 7.2 punti a partita nel quale si rifiutò di rilasciare interviste perché non era riuscito ad entrare in quintetto, si segregò in palestra a lavorare, motivato da un debito spirituale che doveva saldare con suo fratello. Le Tre Moire avevano voluto che il fratellino di Young, Michael Spriggs, nascesse con glaucoma e cataratta intrinsechi; ricevendo un pugno in un occhio a tredici anni Michael divenne cieco totalmente, eppure la sua disabilità non gli proibì di vincere il titolo statale di wrestler al liceo e l’oro mondiale nel judo per non vedenti.

Il ligneaggio ha insegnato a Sam Young che “there’s no limit to anybody, everybody has potential, no matter how old you are, how short you are or what have you. Your potential just depends on your work ethic.”

Quell’estate Sam lavorò, e lavorò ancora. Lavorò talmente tanto che gli allenatori furono preoccupati per le sue ginocchia, e gli intimarono di cessare, ma lui non ascoltò, doveva diventare il migliore. “He has been on a mission to prove people wrong his entire life“, commentò Joe Lombardi, allora assistente Panther. “I’ve always been the underdog“, disse Sam. Come il contadino al suo raccolto, vinse il premio di Most Improved Player la stagione successiva alle notti sul materasso ad aria, segnando 18,1 punti a partita. Al termine del suo anno da senior le statistiche enumeravano un giocatore solido: 19,2 punti, 50,2% al tiro e 6,3 rimbalzi a partita. Fu selezionato dai Grizzlies con la trentaseiesima scelta assoluta nel 2009.

Mentre non si migliora, Sam scrive poesie; e ha già parlato con varie case editrici per pubblicarne una raccolta. Se chiamaste Sam Young sul telefono cellulare sentireste un verso di sua poesia dove ricorda come abbia lottato per conquistare il suo sogno.

La maledetta orchestra di Memphis- Parte II

 Questa che v’apprestate a leggere è la seconda parte di cinque articoli in ossequio ai Memphis Grizzlies. Gli scritti verrano pubblicati con una cadenza di cinque giorni, quindi potrete leggere la Parte III lunedì 26,

Buona lettura

 

Tremilacento chilometri dividono Vancouver (nome derivato dall’esploratore britannico George Vancouver) -British Columbia, sud ovest canadese- e Memphis (nome derivato dalla città egizia di Menfi) -Tennessee, pieno Midwest. Per quanto ampia sia la lontananza fra queste due città; la distanza paesaggistica, sociale e culturale rimane più vasta.

La prima, cristallina e linda, viene lambita dall’Oceano Pacifico a ovest e abbracciata dai monti a est, il clima è costiero, il livello di vita alto e la criminalità pressocché nulla; diverse etnie si mescolano in un agglomerato fervido di umanità. La seconda, invece, sordida e laida, è nell’estremo sud ovest del Tennessee, la vita viene scandita dal compassato scorrere delle acque del fiume Mississippi, che rendono il clima prevalentemente umido e afoso, il tasso criminale viene annoverato fra i massimi degli Stati Uniti.

Memphis è ciò che nella NBA viene definito uno small market, ossia franchigia per il risanamento della quale è in corso il lockout. Infatti la città, essendo più piccola di Indianapolis o Charlotte, ha difficoltà ad attrarre free agents importanti e i risultati mediocri si riflettono in perdite monetarie data la pochezza delle vendite legate al merchandising e ai pochi spettatori disposti a pagare per assistere a una partita (Memphis ha sofferto del ventisettesimo posto nella classifica NBA riguardante gli spettatori paganti). L’unico aspetto che salvò i Grizzlies da una possibile contraction fu la clausola, ancora vigente, stipulata fra la franchigia stessa e il FedEx Forum, palazzetto dove si esibiscono, la quale prevede(va) un costo esoso nel caso la squadra di Heisley avessero cessato di giocarci.

Eppure Memphis respira il basket, Memphis è il basket. Insieme alle metropoli di New York e Los Angeles e allo stato dell’Indiana, la città del Tennessee è la maggiore fucina di talento cestistico al mondo. Negli ultimi trentacinque anni dai licei di Memphis sono usciti sedici giocatori NBA, tra cui: Larry Finch (a cui è intitolato il Finch Center, palestra affollata d’estate da professionisti per vari tornei), Afernee Hardway, Thaddeus Young, Lorenzen Wright e William Bedford.

Inoltre l’università locale, Memphis University, è uno dei college con più seguito e successo. Per ventitré volte si è qualificata effettivamente al torneo NCAA, è giunta alle Final Four in quattro stagioni e ha vinto la Conference USA cinque volte negli ultimi sei anni. Prima di diventare professionisti NBA trentatré giocatori hanno vestito la divisa dei Tigers, fra cui: Earl Barron, Rodney Carney, Joey Dorsey, Chris-Douglas Roberts, Cederic Henderson, Rich Jones, Larry Kenon, Elliot Perry, Derrick Rose, Darius Washington Jr., Shawne Williams, Tyreke Evans e Elliot Williams.

Per una franchigia NBA dividere la piazza con un’università prestigiosa è arduo, essendo lo sport collegiale quello su cui viene investito il maggior capitale emotivo dai tifosi. Accade agli Charlotte Bobcats (North Carolina, Duke, Wake Forest e North Carolina State), agli Indiana Pacers (Indiana, Indiana State, Purdue e Notre Dame) e accade ai Grizzlies. “They [Tigers] sucked all the oxygen out of the air in this city. There was nothing left for us. We were a nonentity”, disse Chris Wallace riferendosi alla condizione della squadra che dirige.

Le ingenti difficoltà economiche nelle quali i Grizzlies si trovavano spinsero Heisley a cercare acquirenti per la franchigia. Nel 2008, a tre settimane dalla fine della trade deadline, Pau Gasol, giocatore simbolo dei Grizzlies e leader tecnico, venne ceduto ai Los Angeles Lakers insieme a una seconda scelta al Draft 2010 (Devin Ebanks), per Knwame Brown, Javaris Crittenton, Aaron McKie, i diritti sul fratello di Pau, Marc, e prime scelte ai draft 2008 (Joey Dorsey, scelta ceduta a Portland) e 2010 (Greivis Vasquez, playmaker velezuelano di 198 centimetri da Maryland, attualmente a roster).

Wallace fu pesantemente attaccato da media e addetti ai lavori. Gregg Popovich, allenatore dei San Antonio Spurs diretti rivali dei Lakers al titolo, apostrofò il GM: “What they did in Memphis is beyond comprehension, there should be a trade committee that can scratch all trades that make no sense. I just wish I had been on a trade committee that oversees NBA trades. I’d like to elect myself to that committee. I would have voted no to the L.A. trade.”

Alle accuse Wallace rispose perentoriamente: “Everyone wants to go and do that catty gossip like some high school cheerleaders, and that’s something I don’t appreciate. It makes doing business a lot harder.”

I motivi per i quali lo scambio fu compiuto sono palesi tre anni dopo: i Grizzlies volevano: spazio salariale per muoversi nelle estati immediatamente successive (la stessa offseason fecero un’offerta al restricted free agent Josh Smith, eppure gli Atlanta Hawks pareggiarono), e talento giovane. Ma soprattutto l’obiettivo era rendere più appetibile il rilevamento della squadra di Hesley; infatti Pau avrebbe guadagnato quasi 50 milioni per tre anni, dissuadendo qualsiasi investitore dall’acquisto. Benché Wallace neghi recisamente, la correlazione è forte,“Heisley did not push me to do this. No one put pressure on me to do this, and Michael Heisley has actually been reluctant to move Pau. So this wasn’t about enhancing franchise value.”

Marc Gasol era uno sconosciuto, un grande punto interrogativo che durante il periodo liceale fece gemere la bilancia con i suoi 154 chili. Cresciuto anche lui, come il fratello maggiore, nelle giovanili del Barcellona aveva traslocato con la famiglia a Memphis da imberbe adolescente per seguire Pau.

Mike Conley Jr, figlio dell’argento olimpionico nel salto triplo Mike Conley Sr. e nipote di Steve Conley (linebacker NFL), quarta scelta assoluta al Draft 2007, ha sintetizzato la realtà umana dei Memphis Grizzlies: “We have a whole team full of guys who think that they’ve been snubbed and mistread”.

Uomini, storie, dolore, successo. Calcanti il parquet e maestri d’orchestra dalla panchina.

Come Lionel Hollins, head coach. Hollins giocò nella NBA, scelto dai Portland Trail Blazers nel Draft 1975. Guardia mancina fisicamente compatta, 192 centimetri di scienza della difesa (primo quintetto difensivo nel 1978); vinse da titolare il titolo con i Blazers nel 1977 segnando 14.7 punti di media. Dal 1979 giocò per i Philadelphia Seventy Sixers dove visse altre due finali NBA da protagonista.

Ritiratosi si accorse di quanto la pallacanestro fosse fondamento della sua vita e decise di divenire allenatore. Correva l’anno 2000 quando a Hollins venne offerto il posto di capo allenatore per rimpiazzare, dopo venti partite di stagione, Brian Hill. Il record nelle rimanenti sessanta fu 18-42 e fu licenziato. Umiliato, fece esperienza due anni in CBA (non ciò di cui si discute in questi giorni, bensì l’acquisto di Isiah Thomas) a Las Vegas e St. Louis. Nel 2002 la NBA lo cercò, lo desideravano nuovamente a Memphis come assistente, prima di Sidney Lowe e dopo di Hubie Brown. La stagione 2004-2005 vecchia di dodici partite vide Brown abbandonare l’incarico e Hollins si assurse ad allenatore in comando per quattro partite. Quattro sconfitte. Jerry West, allora GM, lo sostituì con Mike Fratello. Seguirono due stagioni d’assistente e poi Hollins non volle più tornare in quel mondo che lo aveva bistrattato malignamente. Decise di smettere per quello che sarà un anno sabbatico dopo che i Milwaukee Bucks gli offrirono un lavoro da aiuto-allenatore. Il 25 gennaio 2009 i Grizzlies rimasero senza allenatore, contattarono l’ex Blazers e lui accettò, con un compromesso: la nefasta etichetta “interim” non sarebbe mai più stata accostata al suo nome.

“Memphis is a tough town, and not everybody loves it. It sounded like me.”  Il “me” è Zach Randolph, pittore del canestro. Il viaggio di Z-Bo incomincia a Marion, Indiana, cittadella addobbata da trentamila anime, trentamila lavoratori. Cresciuto insieme ai fratelli dallo Stato perché mamma Moe non li poteva curare adeguatamente, fu prima notato dalla polizia che dagli scout NBA. A quattordici anni venne rinchiuso in riformatorio trenta giorni per aver rubato un paio di pantaloni da un negozio, nel 1997 -sedicenne- Zach spese un mese agli arresti domiciliari per aggressione.

Un pingue freshman si avvicinò al suo coach di High School e gli disse: “I will be an NBA player someday”. Due anni dopo però, il talento di Zach Randolph fu ingabbiato di nuovo in riformatorio, per aver cercato di vendere una pistola rubata. L’allenatore lo espulse dalla squadra nel suo anno da junior a causa della condotta.

Z-Bo tornò da senior, redento e redentore.

La lungimiranza del freshman fu accolta dai Blazers, che lo scelsero al Draft 2001 utilizzando la diciannovesima chiamata. Circa un anno prima Marion HS vinse il titolo statale trascinata da Randolph, eppure il premio di Mr. Basketball dello stato venne conferito a Jared Jeffries, creando una delusione incolmabile in Z-Bo. Giunto alle Final Four guidando Michigan State University, approdò nei Portland Jail Brazers. Visse per sei anni in un ambiente nocivo e malsano, nel 2002 problemi con la legge per aver bevuto alcolici quando non aveva l’età minima consentita, nel 2003 colpì con un pugno Ruben Patterson (tristemente autoproclamatosi Kobe-stopper) durante un allenamento; pochi mesi dopo la guida in stato d’ebrezza fece capolino nella fedina penale di Randolph. Nel corso del 2004 Z-Bo mentì alla polizia per proteggere il fratello che sparò sulla pista da ballo di un night club. Vinse il Most Improved Player Award lo stesso anno, la stagione seguente firmò un contratto da sei anni per 84 milioni, poi occorse un infortunio alla mano e Portland  lo cedette a New York. Vestì la maglia dei Knicks una sola stagione perché l’intento di Isiah Thomas era creare spazio salariale per LeBron James. Il 21 novembre 2008 i Los Angeles Clippers si assicurarono il giocatore di Marion. Durò una sola stagione e il 17 luglio 2009 Chris Wallace trascese il Randolph schedato dalla polizia e ci vide delle mani da liutaio montate su 213 centimetri, scambiò per ottenerlo Quenitin Richardson con i Clips.

Memphis, il riscatto morale e sociale di Zach. Qui lo amano, qui lui ama. Dopo trenta anni di pellegrinazione in ricerca della quiete interiore, ha trovato la sua dimensione nella metropoli consumata e affaticata dall’amabascia del disagio. Paga mensilmente le bollette a 15 tra le famiglie più disagiate, perché quando era piccolo lui acqua e elettricità non c’erano. Come dice il cappellano Ken Bennett: “The Memphis Player is a little rough around the edges, hit a few bumps in the road, maybe ran into some legal situations. We love those guys”.

La maledetta orchestra di Memphis- Parte I

Questa che v’apprestate a leggere è la prima parte di cinque articoli in ossequio ai Memphis Grizzlies. Gli scritti verrano pubblicati con una cadenza di cinque giorni, quindi potrete leggere la Parte II giovedì 22,

Buona lettura

Nessuno sa in anticipo ciò che avrà successo.

-William Carlos Williams

“Your son is going to be a loser”; parole aspre e prive di cattiveria, una mera considerazione che il capo di Bob Wallace non aveva potuto trattenere parlando con il suo dipendente. Questa profezia tormentava Bob, padre di Chris; gli lacerava l’animo perché sapeva quanto l’esito di quella infausta frase fosse plausibile.

Chris Wallace viveva ancora con i suoi genitori, benché avesse più di vent’anni. Aveva tentato l’università due volte, salvo abbandonarla due volte. In quel periodo raccoglieva la spazzatura nei dormitori di Kansas University e controllava che venissero rispettati i turni alle slot machines nei casinò. Saltuariamente lavorava come rappresentante di un candidato della West Virginia al Congresso; il suo compito era di racimolare qualche voto, ma veniva inviato in luoghi inabitati dove lui e la sua condanna ad essere un perdente erano soli.

Nell’oscurità dei fallimenti e delle delusioni, una luce illuminava l’esistenza di Chris: un gioco nel quale, per vincere, bisogna buttare una cosa rotonda dentro un’altra cosa rotonda: basketball.

Poiché non possedeva i mezzi fisici per praticare questo sport, sin da giovane desiderava narrarlo scrivendo su riviste. La velleità giornalistica di Chris era mitigata dalla mancanza di una laurea e così si era limitato a tenere un annuario riguardante la pallacanestro universitaria chiamato Blue Ribbon College Basketball Yearbook.

Il giovane aveva poco talento con la penna in mano e nessuna casa editrice avrebbe voluto stampare la sua pubblicazione. Ma era talmente infatuato dall’arancia che caparbiamente dettò, tramite telefono dallo scantinato dei suoi genitori alla segretaria dello studio legale di suo padre, ogni parola dell’almanacco fino ad arrivare a 350 pagine. L’annuario venne stampato e distribuito con il denaro familiare, dissipando 18000 dollari che Chris avrebbe dovuto restituire ai suoi parenti a causa del numero avverso delle vendite.

Il 15 giugno 1986 la cocaina soverchiò Len Bias, uccidendolo per mezzo di un arresto cardiocircolatorio. Bias era la seconda scelta assoluta al Draft 1986, selezionato dai Boston Celtics campioni del mondo in carica. Morì due giorni dopo essere stato scelto in quello che la storia identificherà come il “cursed Draft”, il Draft maledetto . Sul giocatore non aleggiavano sospetti di uso di droghe e ciò fece capire alla NBA quanto importante fosse la conoscenza delle abitudini dei propri giocatori e della loro psicologia. L’incuria delle franchigie nell’apprendere informazioni riguardanti la famiglia degli stipendiati e l’ambiente in cui sono cresciuti si manifestò. Il mondo NBA fu mutato da quella morte.

Jon Spoelstra  -anticipatore dei tempi che scrisse un libro intitolato How to Sell the Last Seat in the House (comprabile solo per le squadre professionistiche a 800 dollari) e straordinario comunicatore, nonché allora General Manager dei Portland Trail Blazers- lesse fugacemente una copia di Blue Ribbon College Basketball Yearbook, annuario di Wallace. Lo incuriosì, e aveva bisogno di qualcuno che conoscesse i giocatori di college e le loro vite, affinché errori come quello commesso dai Celtics non fossero ripetuti.

Wallace venne assunto da Spoelstra nei Blazers e a 32 anni cessò di abitare con i suoi genitori. Il rapporto fra i due era florido e Chris non si doveva preoccupare di raccogliere la spazzatura per arrancare in una vita greve. Nel 1989 Spoelstra andò ai Denver Nuggets, come GM, trovando un incarico per Wallace: “director of college scouting”. Tre mesi dopo, però, Spoelstra fu licenziato; e a nove mesi dalla sua assunzione, anche Wallace.

Chris tornò ad ingoiare l’esistenza da vinto. Deciso a smentire il collega di suo padre, per due anni continuò a lavorare nel mondo dell’arancia grazie a collaborazioni con riviste specializzate e presenze a camp per allenatori.

Dopo due anni di purgatorio, il paradiso chiamato National Basketball Association si delineava nel fato del figlio di Bob. Nel 1993 fu assunto dai Miami Heat per 25000 dollari annui come “coordinator of scouting service”, dopo poco tempo cambiò ruolo e divenne “director of player personnel”. Durante l’anno 1996 terminò l’esperienza giornalisitica con Blue Ribbon College Basketball Yearbook a causa degli incipienti impegni lavorativi.

L’assunzione che sconquassò la vita di Chris fu da parte dei Boston Celtics, nel 1997. Essendo ancora sotto contratto negli Heat, i Celtics dovettero cedere la seconda scelta al Draft 1997 (tramutatasi in Mark Sandford) per averlo. In seguito a tre anni di fatica nel front office biancoverde conquistò il posto di GM nella franchigia stessa.

Il vuoto lasciato in Florida era profondo, perciò gli chiesero chi potesse sostituirlo degnamente. Wallace indicò come vicario un ragazzino con un grande sogno in mente -proprio come era lui quando dettava dalla cantina di casa le pagine per il suo libro alla segretaria del padre: Erik Spoelstra, figlio di quel Jon che gli diede fiducia ai tempi dei Blazers.

La gloria, è risaputo, forma un connubio inscindibile con i biasimi. Wallace ricevette molti di quest’ultimi dopo uno scambio che portò Rodney Rogers e Tony Delk a Boston, mentre Joe Johnson, scelto dallo stesso Wallace con la decima assoluta al Draft 2001, lasciò i Celtics per arrivare ai Phoenix Suns e diventare un cinque volte All-Star. Nello stesso Draft, Boston possedeva anche l’undicesima scelta (arrivata dai Denver Nuggets) e la spese a favore dell’high schooler Kedrick Brown, nonostante Zach Randolph fosse ancora sul tabellone. Ciononostante Boston giunse fino alle Conference Finals nel 2002, risultato più prestigioso dal 1987 (15 stagioni), grazie al giocatore franchigia Paul Pierce che, MVP delle Finals nel 2008 e nove volte All-Star, fu scelto nel Draft 1998 con la decima chiamata assoluta da Wallace.

Oggi Chris Wallace è un uomo. Ogni venerdì sera guarda una partita di football a livello liceale; non è un “loser”, come avevano profetato. Guarda la televisione ebraica, sebbene non sia ebreo, finanzia una associazione a favore di Israele -nazione della quale si è innamorato dopo aver studiato la Guerra dei sei giorni (1967). Ha una moglie, di nome Debby, e un figlio, che ha chiamato Truman -in ossequio alla storia piena di sofferenze e tormenti che anche l’ex presidente degli Stati Uniti ha dovuto attraversare.

Continua ad accarezzare lembi d’eternità lavorando dal 2007 per i Memphis Grizzlies come GM -sostiuendo Jerry West. Nelle ombre della franchigia del Tennessee, fatica anche l’owner Mike Heisley; personaggio curioso e conturbante in questo romanzo. Heisley per essere in grado di pagare la retta a Georgetown University svolgeva due lavori e dormiva sulle umide e fredde panchine dei parchi pubblici. Diventato ricco grazie all’industria, secondo Forbes ora vale 1.6 miliardi di dollari. Acquistò i Vancouver Grizzlies nel 2000, giurando che li avrebbe mantenuti nella città canadese; ma il Clay Bennett ante litteram trasferì la società a Memphis, che quest’anno festeggia il decimo anniversario di esistenza nella terra di Elvis. Una decade che potrebbe essere durata un lustro, perché l’owner nel 2006 aveva raggiunto un accordo per vendere il 70% della società a un gruppo di investitori capegiato dagli ex giocatori Chris Laettner e Brian Davis, ma l’acquisto non venne concluso per un’eccessiva dilazione nell’accordo.

Il Gioco è bello perché è vario

Scusate, in realtà il proverbio sarebbe “la vita è bella perché è varia”; ma soprattutto in questo periodo dell’anno è difficile, quasi impossibile, scindere la vita dal Gioco, in quanto le ore passate a vedere partite si sovrappongono, almeno per noi appassionati europei, al periodo del giorno destinato al riposo e le ore necessarie a nutrirsi si trasformano in minuti pur di non perdere alcuna giocata, anche se insignificante, sebbene da metà aprile in poi trovare un’azione priva di importanza è complicato, tanto quanto scovare petrolio nel vostro giardino.

Ed è perché credo che la bellezza del basket risieda nella sua completezza, trovo osceno minimizzare analisi tattiche, e previsioni, in semplici duelli Tizio contro Caio, come, ahinoi, fanno diversi giornalisti pur di portare a termine il loro compito in fretta. Ritengo aberrante sminuire una squadra definendola “di Sempronio”. Continua a leggere ‘Il Gioco è bello perché è vario’

Do you believe in Magic?

 We’re always under the radar. Nobody’s ever talked about the Magic in any kind of way besides that we’re not a good team. So that’s all that we hear. But I like it. I like being the underdog, I like people not talking about us because, on one end, it keeps everybody on their heels and makes us really have to work to prove ourselves. If we were always being talked about and always in the limelight, some guys get complacent and we’ve got to stay humble if we want to be successful.

Queste parole sono state pronunciate dall’uomo che non t’aspetti, dal leader che non t’aspetti: Mr. Dwight Howard.

Il discorso sostenuto con estrema serietà e professionalità da Superman, è causato dalla dilagante moda di considerare gli Orlando Magic come squadra finita, una società di cui la finestra temporale utile per vincere si è chiusa. Continua a leggere ‘Do you believe in Magic?’


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